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Carlo Gesualdo di Venosa

im carlo gesualdoFigura fra le più eccentriche della vita musicale dell’epoca, considerato all’unanimità dagli storici della musica come uno dei più grandi musicisti del Rinascimento, Gesualdo esprime nel madrigale a cinque voci la somma del suo genio artistico. Questa forma musicale è nata verso la metà del Trecento ed è la più antica forma poetico-musicale dell’Ars Nova fiorentina, destinata ad un ambiente colto e raffinato. La concezione del madrigale si basa sulla corrispondenza tra figure musicali e immagini e concetti proposti dal testo, che la musica scava in profondità mettendone in luce il contenuto. Per comprendere a pieno la maestria del nostro Principe dei musici si pensi che esso generalmente era a due voci, raramente a tre voci. La base poteva essere sia cantata che accompagnata da strumenti e l’argomento dei testi l’amore, la politica o la morale.
In uno dei suoi dialoghi il Tasso canta la stirpe Gesualda, nel cui stemma, leone rampante con cinque gigli rossi in campo d’argento, portato per dimostrare la nobiltà degli antichissimi principi Normanni “... riluce lo splendore vetusto”. Della Casata tra le più illustri e potenti del Regno di Napoli, Carlo, il principe madrigalista, è il quindicesimo e ultimo Signore di Gesualdo, a partire dal capostipite Gesualdo, eroe longobardo del settimo secolo.
Al bisnonno Fabrizio, divenuto importante riferimento per la corona spagnola, tanto da essere elevato da Carlo V alla dignità di Grande di Spagna, succedeva nel 1545 Luigi IV, nonno di Carlo, che nell’ascesa dei Gesualdo ebbe un ruolo ancora più decisivo. Intimo consigliere e collaboratore di Filippo II di Spagna, venne infatti compensato per i suoi servigi con nuovi feudi e immense ricchezze, tanto da potersi permettere l’acquisto della oraziana città di Venosa, ottenendo di conseguenza l’investitura a principe di Venosa su disposizione della Santa Sede. Amante delle lettere e delle arti, diede avvio al mecenatismo dei Gesualdo e, per accrescere la potenza della casata si prodigò in attente politiche matrimoniali che produssero parentele con le famiglie Orsini, Carafa, d’Avalos, Caracciolo. In tal senso, tra i figli di Luigi IV fu Alfonso a fare un autentico capolavoro, portando a buon fine il matrimonio di suo fratello Fabrizio con Geronima Borromeo, nipote del papa. La futura madre di Carlo, figlia di Margherita de’ Medici, era infatti nipote per parte di madre di Papa Pio IV, al secolo Giovan Angelo de’ Medici, e sorella del cardinale Carlo Borromeo, il San Carlo dei teatri di Napoli e Lisbona. Carlo Gesualdo nacque, dunque, a Venosa l’8 marzo del 1566. Visse la sua giovinezza a Napoli nel palazzo di Torre Maggiore di proprietà del duca di Sangro, dove il padre Fabrizio, amante delle lettere e delle arti, aveva creato un cenacolo intellettuale, al cui interno illustri musici provvedevano alla formazione musicale del giovane Carlo.
Questi sin da giovanissimo aveva rivelato un talento sbalorditivo e la musica divenne ben presto la sua stessa ragione di vita. All’età di diciannove anni Gesualdo pubblicò il primo mottetto “Ne reminiscaris Domine delicta nostra”, (perdona o Signore i nostri delitti), quasi un sinistro presagio alla luce del più sconvolgente accadimento della sua vita. Al contempo lo si educava in un clima di religiosità penitenziale, con rigorosa disciplina, con gli Exercitia spiritualia di Ignazio Loyola, che inculcavano nell’animo sensibile e fragile del giovane profondi sensi di colpa.
Maria D avalosLa morte improvvisa del fratello maggiore lo sottrasse alla predestinata carriera ecclesiastica. Si dovette allora subito pensare a trovargli una moglie, e la scelta cadde sulla splendida cugina Maria d’Avalos, nata da Carlo conte di Montesarchio e da Sveva Gesualdo, più grande di lui di sei anni, già vedova e madre due volte, ma considerata la donna più bella del Regno. Il matrimonio avvenne a Napoli il 28 maggio del 1586 con dispensa del Papa Sisto V, nella chiesa di S. Domenico Maggiore. In seguito alle nozze, gli sposi presero alloggio nel palazzo napoletano di Torre Maggiore, mentre i genitori di Carlo si ritiravano nel loro feudo di Calitri e pochi anni dopo nasceva l’erede, Emanuele. Totalmente assorbito dalla sua musica e dalla passione per la caccia, tuttavia, il Principe forse non coltivò con particolare riguardo il suo rapporto con la moglie, che intrecciò un’audace e imprudente relazione amorosa con il duca d’Andria Fabrizio Carafa, a sua volta sposato e padre di quattro figli. Venuto a conoscenza della relazione, pressato dal suo stesso rango che gli imponeva di vendicare l’oltraggio subito e riabilitare l’onore ferito, Gesualdo premeditò la vendetta: il 16 ottobre 1590 finse di partire per una battuta di caccia di due giorni, salvo rientrare nella notte e cogliere i due amanti in flagrante adulterio nella stanza da letto della moglie uccidendoli entrambi. Le circostanze lo giustificavano dal punto di vista della legge e del costume del tempo, tanto che il viceré Miranda, dal quale Carlo si recò immediatamente a dare notizia personalmente dell’omicidio di Palazzo San Severo, lo esortò ad allontanarsi da Napoli non per sfuggire alla legge, ma per non esasperare il risentimento delle famiglie degli uccisi. Fu dunque per sfuggire alla vendetta dei Carafa, che Carlo si rifugiò nel castello di Gesualdo, dove visse per diciassette anni trasformando la fortezza in una fastosa corte canora che ospitò i musicisti più famosi dell’epoca e grandi personaggi di cultura come Torquato Tasso.
Eleonora D esteNel 1594 Carlo Gesualdo si trasferisce con grande fasto a Ferrara, ove nello stesso anno appaiono i primi due libri di madrigali, e dove sono celebrate con grande sfarzo le sue nozze con Eleonora d’Este, nipote del duca Alfonso II. Qui il Principe crea, intona, compone ardite nuove musiche, suona il liuto e la chitarra spagnola, illuminato dalla vivacissima atmosfera culturale della corte ferrarese. A Ferrara abita inizialmente nel Palazzo dei Diamanti, ma ben presto si allontana per un lungo viaggio. A Venezia, città che gli piaceva moltissimo, immerso nella composizione, insofferente dei doveri che gli derivano dal rango principesco, cerca per quanto gli è possibile di sottrarsi agli incontri di circostanza con le autorità locali. Rimanda di giorno in giorno, e alla fine accetta di malavoglia, l’incontro con il Doge in persona mentre gli preme molto di più l’incontro con il più grande compositore veneziano dell’epoca, Giovanni Gabrieli: solo nel discorrere di musica la sua conversazione si anima, come sempre. Il ritorno a Ferrara, dopo una assenza durata ben sette mesi, segna una svolta nella vita culturale della città: con la presenza a corte del principe musico si assiste a un momento di gloria dell’accademia ferrarese, che influenzerà anche grandi musicisti quali Marenzio e Monteverdi.
Nel marzo del 1596 Carlo, a causa delle tensioni con il cognato Cesare e delle maldicenze su sue presunte avventure galanti e maltrattamenti alla consorte, lascia definitivamente la città estense per trascorrere gli ultimi diciassette anni della sua vita in ritiro dal mondo, nella prediletta dimora di Gesualdo. Furono questi gli anni caratterizzati da malesseri psicofisici e fissazioni religiose, punteggiati da malattie e lutti: le gravi condizioni di salute della moglie, la perdita dei due figli, il piccolo Alfonsino e il ventenne Emanuele, e dello zio Alfonso, l’arcivescovo di Napoli.
In questa prostrante condizione psicofisica il Principe finì col nutrire una venerazione a tratti morbosa per San Carlo Borromeo, fratello di sua madre. Ne resta traccia nella grande pala della chiesa di Santa Maria delle Grazie del convento dei Perdono di carlo gesualdo 1609cappuccini in Gesualdo, eseguita nel 1609 da Giovanni Balducci, dove San Carlo è raffigurato nell’atto di intercedere per il nipote, ritratto accanto a lui in palandrana nera e collare di pizzo mentre riceve, insieme con la moglie Eleonora, il perdono dei suoi peccati dal Cristo benedicente. In questo contesto di sofferta contrizione, egli crea gli ultimi capolavori di musica sacra, i Responsoria per la Settimana Santa, insieme agli ultimi due libri, il Quinto e il Sesto, di madrigali. Le sue pagine sono intrise di malinconia e di intimo travaglio eppure questo periodo è certamente quello più prolifico a livello musicale e culturale, il castello è frequentato da illustri intellettuali, tra cui Torquato Tasso e Giovan Battista Marino. Lo stile musicale, caratterizzato da repentini cambi di tonalità, da intense cariche emotive, sorprende per l’originalità e per la modernità di certe soluzioni armoniche. Anche le scelte tematiche sono in controtendenza rispetto all’immaginario arcadico e della poetica petrarchesca molto in voga all’epoca: Carlo Gesualdo attinge ai testi dei poeti contemporanei e nei suoi scritti predominano i suoi sentimenti e il suo vissuto quali la passione amorosa nelle sue diverse sfaccettature e il pensiero della morte.

Testo di Giovanna D'Amato tratto da Basilicata: itinerario nei paesaggi d'autore, APT 2013

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